lunedì 26 settembre 2011

Damien Hirst, gli animali imbalsamati e For the love of God.


Anche se l’inglese e distinto Damien Hirst non ha bisogno di retoriche presentazioni, sarebbe superfluo tralasciare la descrizione di una sua sorprendente serie di opere degli anni ’90, molto contestata per lo scabroso utilizzo praticato nei confronti degli animali.
Familiari corpi di comunissimi animali, acquistati morti ed imbalsamati allo scopo di ottenere macabre dissezioni anatomiche rapprese nella formaldeide. Visioni estreme per stomaci forti, ancor più fastidiose perché realizzate con il pretesto di fare di esse opere artistiche, sculture morte destinate ad essere esposte, contemplate nella loro inverosimile concretezza.

FOR THE LOVE OF GOD.


Un’altra sua più recente e celebre opera, "For the love of God" (2007), dal 26 novembre 2010 al 1 maggio 2011 è stata esposta in pompa magna in Palazzo Vecchio a Firenze, nello storico camerino del Duca Cosimo I de’ Medici.
In bilico tra polemiche e clamori, l’evento era da intendersi come rarissima occasione per osservare dal vivo, in Italia, il prezioso calco di platino del teschio umano in scala reale tempestato di diamanti.
Infatti, oltre a tutti i denti originali, la singolare scultura vanta 8.601 diamanti incastonati su tutta la superficie, compreso un grande brillante che campeggia sulla fronte.

Con le sculture degli animali, imbalsamati nel controverso tentativo di immortalare il preciso istante del trapasso, Damien Hirst si addentrava in un terreno simbolico e concettuale che non gli ha risparmiato, assieme alle lodi, le più accanite detrazioni. Stessa sorte per l’opera del teschio tempestato di diamanti: acclamato ed ammirato da una parte e ferocemente denigrato dall’altra.

La più discussa e significativa tra queste macabre sculture, forse la più antesignana di “For the love of God” poiché altrettanto irripetibile, consiste nel corpo imbalsamato di uno squalo tigre lungo circa 4 metri ed immerso in una teca di vetro riempita di formaldeide, che porta il monolitico ma esplicativo titolo: “The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living”.

The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living.


L’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo: lo squalo tigre imbalsamato, privo di vita ma non defunto ed ancora astante alla vista dei vivi, sottratto alla decadenza della carne, impersona la percezione fisica della morte, tremenda ed inconcepibile, persistente nel tempo e nello spazio e tuttavia rigorosamente impossibile.
Inoltre lo “spietato” squalo tigre è forse il predatore che più di ogni altro ha il potere di evocare nell’uomo la paura della morte, vuoi per le sue maestose sembianze ma anche per il leggendario compendio di crudeltà assassine annidate ormai nell’immaginario, nonché per l’estrema fragilità della condizione umana se immersa nell’elemento vitale dello squalo stesso, vale a dire nelle acque profonde e sconfinate degli oceani.
L’esemplare prodotto nel 1991 con il tempo cominciò a deteriorarsi velocemente a causa di errori commessi durante il processo di imbalsamazione, per cui a partire dal 2003 Hirst lo sostituì ricostruendo l’intera opera da zero.
Nonostante tale inconveniente il concetto impassibile dello squalo imbalsamato rimase unico ed inalterato nel passaggio da una versione all’altra.

For the love of God” potrebbe essere inteso come superamento della serie di sculture realizzate con gli animali, sia per il soggetto preso dal vero che adesso è di natura umana, sia per il calco forgiato nel platino e rivestito di durissime pietre preziose.
Se c’è stato un cambiamento nella materia, ora non più organica, comunque la persistenza rimane, anzi si rafforza, diviene parossistica, ed è trasmessa in presa diretta dalla più lampante immagine di morte possibile, imbonita dall’ambiguo sfarzo dei purissimi brillanti.
La viscerale allegoria della Vanitas entra in conflitto con la consistenza secolare del platino e del diamante, trovando un punto di incontro nell’unico elemento rimasto originale, quello dei denti, veterani superstiti del tempo.

FOR THE LOVE OF GOD.

Visto dal vivo, il teschio di Damien Hirst appare come un oggetto quasi minuto ma irresistibile fin dal principio.
Custodito nella sua cristallina cassaforte e circondato dalla tenebra nell’oscurato camerino di Cosimo, brilla sotto i fasci di luce tangenti dei riflettori, irradiandosi a sua volta di innumerevoli varianti di luci e colori.
Tutto da osservare, girando cautamente intorno, senza distrazioni.
Poi l’occhio si ferma al particolare odontoiatrico dei denti dal vero incastonati nelle brillanti mandibole; e all’ornamento del grande diamante sulla zona frontale che completa la sagoma di questo memento mori tempestato dai bagliori dell’iride.

Per quanto spesso denigrato, declassato a mero feticcio del valore monetario dei carati che ostenta, a mio parere la visione di “For the love of God” rimane impressa nella mente e suscita le più vivide emozioni.
Quegli spiccioli minuti concessi per guardarlo si espandono in  brani estremi di quella eternità ravvisabile solo nell’idea della morte, resa quasi tangibile dalla proverbiale durevolezza del diamante al tempo stesso mondana ed illusoria.
Dopo tutto, una visione del genere è per sempre.

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